Idomeni, la solidarietà di #overthefortress

Intervista con Andrea Maccarrone, tra i volontari della staffetta solidale che ha raggiunto il campo profughi di Idomeni

Il 25 marzo più di 300 volontari hanno intrapreso un viaggio collettivo salpando dal porto di Ancona alla volta di Idomeni, località al confine greco-macedone, per dare un forte segnale di solidarietà alle migliaia di migranti bloccate dalla chiusura dei confini. Donne, uomini e tanti bambini, emarginati e abbandonati dall’Europa fortezza nella tendopoli che il ministro dell’Interno greco, Panagiotis Kouroublis, non ha esitato a definire una “moderna Dachau”.

Attivisti, studenti, volontari. Aiuti e beni di prima necessità. Solidarietà. Promossa dal progetto MeltingPot,come nasce la campagna #Overthefortness e quali sono i suoi obbiettivi?

La campagna nasce dall’impegno e dalla determinazione di tante realtà, centri sociali e gruppi, soprattutto del nord-est e delle Marche, che hanno deciso di rompere il silenzio e la paura che si aggirano in Europa sul tema dei migranti e dei rifugiati con gesti concreti e di forte impatto sia simbolico che pratico. A questi si sono presto aggregate altre esperienze che provengono da varie parti d’Europa e, naturalmente, d’Italia, come gli amici del centro Baobab di Roma (da cui ho saputo dell’iniziativa) o come l’associazione LGBT Anteros di Padova. Lo scopo dell’iniziativa era duplice. Da un lato, l’intenzione era quella di portare beni e aiuti materiali raccolti in Italia che in un campo enorme come quello di Idomeni, ma anche nei tanti campi meno noti che si trovano nella stessa area, sono sempre più indispensabili, offrendo un segno reale di vicinanza e ascolto a quelle migliaia di persone costrette in un vero e proprio limbo in attesa che i governi europei decidano cosa fare di loro. Dall’altro, abbiamo voluto esprimere una decisa opposizione all’idea dell’Europa fortezza, che si richiude nella paure e negli egoismi nazionali, che ricomincia a costruire muri e barriere di filo spinato.

Più di 10mila persone disperate sono bloccate tra le tende di Idomeni. Quali sono le condizioni del campo e qual è lo stato di salute dei profughi?

Le condizioni in un campo di questo genere sono davvero precarie, nonostante l’impegno di tante ONG come Medici senza Frontiere o Save the Children: sovraffollamento, pessime condizioni igieniche e sanitarie, un clima difficile, file per ogni cosa, dal tè agli alimenti, un gran numero di bambine e bambini che non possono andare a scuola. Ovviamente non mancano casi limite, come quelle di un uomo che avrebbe bisogno urgentemente di un delicato intervento ma che a stento riesce a ricevere dei medicinali salvavita. Al di là delle drastiche condizioni materiali, che devo dire i profughi affrontano con grande dignità e anche con molta fantasia, la cosa che tutti trovano più pesante e inaccettabile è questa attesa senza senso, questa incertezza sul loro futuro, giocato su dei tavoli che ignorano i loro bisogni e le loro richieste e li considera come mere pedine, oggetti da sposare a piacimento. La maggior parte di loro, non a caso, respinge con determinazione i trasferimenti (per ora volontari) verso altri campi chiusi e inaccessibili, in cui a fronte di presunte migliori condizioni materiali perderebbero la possibilità di decidere la loro destinazione finale (la Germania nella speranza della maggior parte) in favore di eventuali ricollocamenti in vari altri paesi europei. Più di aiuti materiali, quello che chiedono è di non essere lasciati soli, di non essere abbandonati e dimenticati, chiedono di poter raccontare, hanno un profondo desiderio di incontro e di dialogo e la determinazione ad arrivare finalmente in un posto sicuro dove poter ricostruire la loro vita. La cosa più intensa nell’incontrarli è stata quella di poterli abbracciare, guardarli negli occhi, ascoltare i loro racconti e accettare un bicchiere di tè caldo, con la sensazione fortissima che davvero hanno da darci molto ma molto di più di quanto possano ricevere.

Rimpatri di massa, filo spinato, militarizzazione dei confini. Dal 4 aprile l’accordo tra Unione europea e Turchia per arginare i flussi migratori verso l’Europa entrerà in vigore. Quali sono le tue impressioni?

Trovo scandalosi questi accordi che persino l’Onu ha definito contrari al diritto internazionale e ai diritti umani. Questo scambio di vite umane in cambio di soldi, con un paese poi come la Turchia di Erdoğan, che sta mostrando sempre più il suo vero volto da regime autocratico e illiberale. Considerate poi che moltissimi dei profughi che provengono dalla Siria o dall’Iraq sono curdi, considerati nemici dal governo turco, e che tutti denunciano le inaccettabili condizioni dei campi profughi turchi. Questi accordi corrispondono al tentativo dell’Europa di rimuovere e allontanare il problema che ha in parte creato girandosi dall’altra parte. Una posizione che non solo è eticamente sbagliata ma anche politicamente miope, perché la storia, anche solo quella recente, ci dovrebbe aver insegnato che nascondere la testa sotto la sabbia non risolve i problemi ma bensì li rimanda fino al punto da renderli esplosivi e sempre più complicati da gestire. Il ritorno dei confini, degli egoismi nazionali e dei fili spinati tra paesi europei rischia di avere conseguenze imprevedibili sul nostro stesso futuro e mostrano tutta la fragilità di una Unione europea esclusivamente fondata su parametri economici in periodi di prosperità, e che di fronte alle sfide della crisi economica e di una vera gestione politica unitaria di problemi comuni torna a dividersi. Tutta la retorica dei diritti umani, della democrazia, della pace che ha alimentato decenni di europeismo rischia di sciogliersi come neve al sole di fronte alle prime vere sfide, che per altro hanno dimensioni ragionevolmente gestibili con un minimo di buon senso. In questo scenario non stupisce il rafforzarsi di nazionalismi e populismi proprio nel momento in cui invece sarebbero utili risposte condivise e generose, e tocca alle cittadine e ai cittadini europei ritornare protagonisti e rilanciare l’idea di un’Europa davvero senza confini, aperta, casa dei diritti umani e della democrazia.

Domenica scorsa anche la vostra carovana di aiuti è stata bloccata per alcune ore dalla polizia greca. In che modo il governo di Atene gestisce la vergognosa situazione di Idomeni?

La mia sensazione è che la risposta sia ampiamente insufficiente e inadeguata. Per esempio molti migranti ci hanno raccontato che la procedura di richiesta di asilo dovrebbe avvenire attraverso Skype e considerato che la stragrande maggioranza di loro non ha accesso a internet se non sporadicamente significa di fatto impedire l’effettivo esercizio di questa possibilità. Detto questo, il problema non mi sembra essere della Grecia, un paese che come sappiamo è tra i più disastrati d’Europa e si sta trovando a dover gestire quasi in perfetta solitudine un flusso di rifugiati che non hanno alcuna intenzione di rimanere lì, ma che vorrebbero proseguire verso il nord Europa. Il punto è che il gioco a chiudere le frontiere lungo la rotta balcanica inaugurato dall’Ungheria ha lasciato il cerino in mano al primo paese di approdo e questo non ha affatto risolto il problema ma lo ha aggravato, rendendolo esplosivo più che altro sul suolo greco. Sarebbe urgente invece creare dei veri corridoi umanitari per consentire passaggi sicuri (lontani dalle mani dei trafficanti e dai barconi della morte) verso l’Europa che, da parte sua, ha tutte le risorse, e forse persino il vantaggio, per poter accogliere in maniera ottimale queste persone. Chiariamolo una volta per tutte, il problema per l’Europa non è economico, ma tutto politico. Infatti l’Ue si è dimostrata disponibilissima a dare miliardi di euro alla Turchia (che ha oltretutto mercanteggiato sul prezzo) pur di farle trattenere i profughi sul suo territorio. Miliardi di euro che potrebbero essere ben investiti in Europa per garantire un’accoglienza adeguata senza creare altre Idomeni, ma che invece stiamo regalando al regime di Erdoğan senza alcuna garanzia del reale rispetto dei diritti umani. Miliardi che solo qualche mese fa sono stati negati agli stessi greci per la gestione della crisi che tutti conosciamo!

Da un lato, libertà e globalizzazione per merci e finanza, dall’altro, limitazione dei diritti sociali e della libera circolazione delle persone. C’è un nesso tra l’imposizione delle politiche d’austerità ai popoli europei e l’accanimento dell’Europa verso i migranti?

Assolutamente sì, perché a governare le scelte politiche sono con tutta evidenza le esigenze della grande finanza e non i bisogni delle persone. Politiche che stanno sempre più allargando il divario sociale e mettendo in crisi la stessa legittimazione delle istituzioni democratiche. In questo quadro persino le risposte monetarie classiche dell’economia (quelle messe in campo dalla BCE di Draghi per intenderci) non stanno centrando gli obiettivi di far ripartire la crescita, i consumi e l’inflazione. Ma perchè? Perché quelle risorse finiscono per alimentare la massa delle speculazioni finanziarie che si muove sulle nostre teste senza alcun legame con l’economia reale arricchendo pochi e impoverendo tutti gli altri. La crisi economica, la disoccupazione, la crisi sociale poi finisce inevitabilmente per alimentare paure, egoismi, nazionalismi e cosidette guerre tra poveri di cui anche i migranti sono vittime sacrificali. Un perfetto capro espiatorio da additare e su cui scaricare le tensioni che invece sono tutte interne alle nostre società. L’incapacità della nostra Europa nel giocare un vero ruolo politico nel Mediterraneo, per fare cessare guerre e conflitti che sono all’origine dei flussi di profughi, va certamente evidenziata.

Andrea, la campagna #Overthefortress di ritorno dalla Grecia ha aderito alla prossima iniziativa prevista per il 3 aprile al Brennero. È l’inizio di un percorso (di resistenza) di più ampio respiro?

Questa scommessa e questa sfida evidentemente non si esaurisce in questi pochi giorni, ma la sua straordinaria intuizione si sta dimostrando in grado di aggregare e stimolare impegno. Basti pensare che alcune persone che abbiamo incontrato lungo il percorso hanno deciso di aggregarsi, e ben dieci attiviste e attivisti hanno rinunciato al rientro in Italia fermandosi a Idomeni per dare il via a una staffetta costante e in loco. Il 3 aprile saremo al Brennero contro la costruzione di una nuova barriera tra Austria e Italia, ma il percorso è solo all’inizio e credo che andrà ampliandosi sempre più perché offre l’unica risposta possibile all’Europa dei muri e dei confini, degli egoismi e dei nazionalismi. Questa non è l’Europa in cui ci riconosciamo e non è neanche l’Europa in grado di affrontare a testa alta e con successo le sfide di questo secolo! Vi invito a seguirne gli sviluppi della campagna sui siti di Melting Pot e di Global Project e, in questo senso, credo che anche il movimento lgbqi debba acquisire sempre più protagonismo all’interno di questo percorso, dispiegando un impegno più ampio sul fronte dei diritti umani e della cittadinanza attiva.

Fonte: Intervista di Giampaolo Martinotti su Popoff – 1/4/2016

Andrea Maccarrone